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Nome dell'Opera

Autore (ca. 1447-1449)

Il Polittico Guidalotti prende il nome da una delle più prestigiose famiglie perugine, che lo commissionò a Beato Angelico per l’altare della propria cappella all’interno della basilica di San Domenico di Perugia. Lo scopo della committente Elisabetta Guidalotti era quello di riconquistare il prestigio perduto a causa di coinvolgimenti della famiglia in faide e congiure cittadine, in particolare quella che portò alla morte di Biordo Michelotti nel 1398.  Le scelte iconografiche, in particolare la ricorrente presenza del libro in mano ai santi, puntano a esaltare l’importanza della cultura, che la famiglia aveva promosso grazie all’impegno del vescovo Benedetto Guidalotti nella realizzazione del Collegio della Sapienza Nuova, che ospitava gli studenti forestieri che frequentavano l’Università a Perugia. Ora, se proviamo a girarci, alle nostre spalle possiamo ammirare l’opera che il vescovo stesso fece realizzare a Benozzo Gozzoli per questa sede.
Ma concentriamoci sull’effetto d’insieme del polittico Guidalotti. Luce, colori brillanti e oro sono gli elementi che catturano immediatamente la nostra attenzione, grazie anche all’utilizzo della tecnica ad olio (ancora abbastanza rara all’epoca) che rende i colori molto più splendenti. Ad un’osservazione più attenta sono le figure dei santi a destare in noi un interesse particolare per la loro resa naturalistica: le ombre dai corpi proiettate a terra sulla destra ce li fanno percepire come calati all’interno di un ambiente reale, in cui la luce proviene da sinistra, come probabilmente avveniva nella collocazione originaria del dipinto in San Domenico.

Il protagonista del polittico è il personaggio che vediamo a sinistra della Vergine: san Nicola di Bari. Possiamo riconoscerlo dalle insegne vescovili, come il piviale (ricco mantello decorato), il pastorale (il bastone in avorio) e infine la mitria, il copricapo a doppia punta che possiamo scorgere poggiato sopra la mensa in secondo piano. Un dettaglio conferma l’identificazione con san Nicola: tre sacchetti pieni di monete d’oro appoggiati a terra vicino ai suoi piedi, che alludono al dono con cui Nicola salvò tre fanciulle povere da un triste destino, donando loro il denaro necessario a sposarsi.  Sapete che a questo santo è legata una delle tradizioni più vive del nostro tempo? La popolarità del generoso eroe cristiano raggiunse le terre più a nord d’Europa, trasformando il vescovo Nicolaus in Santa Claus, il sorridente e panciuto vecchietto dispensatore di doni, meglio conosciuto come Babbo Natale.  Ma l’aspetto più suggestivo è che dietro il volto assorto nella lettura di san Nicola si cela il ritratto del papa di allora: Niccolò V Parentucelli, il primo papa umanista della storia, per il quale Beato Angelico aveva lavorato a Roma agli affreschi presso la Cappella Niccolina, e al quale vuole rendere omaggio. La centralità nel polittico della figura di san Nicola è avvalorata dalla narrazione degli episodi della sua vita nelle tre tavolette di predella sottostanti. A guardar bene le scene, c’è qualcosa che non ci convince: se confrontiamo infatti i colori e la luce che emanano, i nostri occhi avvertono perfettamente come le prime due risultino molto più scure e piatte rispetto all’ultima. Il motivo è semplice: le prime due sono copie moderne, i cui originali sono conservati a Roma. Purtroppo nel 1797 durante le requisizioni napoleoniche l’intero polittico fu portato in Francia e solo nel 1815 papa Pio VII, tramite Antonio Canova, riuscì a far rientrare gran parte del bottino, ma, prima di restituire l’opera, decise di trattenere le due tavolette che sono tuttora conservate all’interno dei Musei Vaticani. Concentriamoci sul pezzo originale, la terza tavoletta: qui infatti l’Angelico fotografa una rarefatta luce mattutina nel momento in cui san Nicola, con un gesto repentino di cui possiamo percepire il movimento grazie alle vesti sollevate dal vento, salva tre condannati a morte ingiustamente. Lo scorcio prospettico della quinta scenica fa da cornice alle esequie del santo la cui anima viene portata in cielo da quattro angeli.

Osserviamo bold, italic, hyperlink ora il registro centrale: oltre san Nicola, altri tre personaggi sono disposti ai lati della Madonna in trono col Bambino, che è circondata da quattro angeli che reggono canestri pieni di rose di cui sembra quasi di poter sentire il profumo. Il manto blu della Vergine colpisce per lo splendore del pigmento utilizzato, il preziosissimo lapislazzuli, che l’artista stende a piccoli puntini ravvicinati creando un insolito effetto “gommato”. Il Bambino, in piedi sulle ginocchia della madre, ci rivolge uno sguardo intenso mentre con una manina benedice e con l’altra tiene una melagrana aperta, simbolo allo stesso tempo della Passione e della Resurrezione di Cristo, ma anche della Chiesa, corpo unico formato dai tanti fedeli (i chicchi della melagrana). Ai piedi del trono, tre vasetti metallici contengono altrettanti mazzolini di rose.
Identifichiamo ora i personaggi nei pannelli laterali. Come li riconosciamo? Non certo dai tratti somatici, ma dagli attributi che li distinguono: le vesti, oppure gli oggetti collegati a episodi della vita, o ancora gli strumenti del martirio. Il primo santo sulla sinistra è san Domenico, titolare della chiesa in cui l’opera si trovava. È riconoscibile dalla veste propria dell’ordine dei frati predicatori: mantello con cappuccio nero e veste bianca. Ci invita, con volto serio, alla lettura di un passo tratto dalla seconda lettera di san Paolo a Timoteo, di cui mostra il contenuto con l’indice della mano destra, la stessa con cui tiene un giglio. I due santi sulla destra sono invece Giovanni Battista e Caterina d’Alessandria; il primo vestito di viola, è riconoscibile dalla pelle di cammello che lo avvolge, dai piedi nudi e dall’incarnato scurito dal sole per la lunga permanenza nel deserto, oltre che dal cartiglio con la scritta in latino “ecco l’Agnello di Dio”. Indica con volto sereno il cugino al centro della scena.
A destra santa Caterina d’Alessandria, patrona dei filosofi e degli studenti, ci appare in abiti principeschi per le sue origini regali: la veste in broccato azzurro è celata parzialmente dal ricchissimo manto rosso decorato con stelle d’oro e rivestito internamente di pelliccia bianca di ermellino. La ruota dentata spezzata allude all’evento miracoloso che la salvò da una prima tortura; finì poi per essere decapitata a soli diciotto anni nel 305 per volere di Massimino Daia, governatore di Siria e Egitto.
Adesso rivolgete lo sguardo molto in alto: all’interno di due oblò, scorgiamo i protagonisti della scena dell’Annunciazione (l’Arcangelo Gabriele e la Vergine Maria), mentre all’interno dei pilastrini laterali sono inseriti dodici santi di piccole dimensioni, tutti in qualche modo legati alla devozione della famiglia Guidalotti o alla comunità perugina dell’epoca. Non vi sarà sfuggito, osservando la scena centrale del polittico, l’effetto caleidoscopico del marmo multicolore del pavimento. Secondo i primi filosofi della cristianità le pietre multicolori aiutavano a giungere alla contemplazione e all’elevazione dell’animo molto di più rispetto alle immagini reali. Pertanto i marmi colorati a chiazze indistinte segnalerebbero, secondo lo studioso Didi-Huberman, proprio per il loro carattere astratto, l’immagine divina inattingibile all’uomo, in particolare per quelle verità di fede più difficilmente comprensibili come l’incarnazione. Meditare con i cristalli ancora oggi combina la potente energia calmante delle pietre naturali con la nostra innata capacità di calmare la mente Possiamo sperimentare tutto questo sedendoci in silenzio qui davanti per qualche minuto e sentire poco alla volta la pace dei nostri pensieri, anche grazie all’atmosfera di grande calma ed equilibrio di questo dipinto.

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